ANGELO CAGNONE


cagnone
Echi d’ombra, 1993/94, olio e tecnica mista su tela, cm 140x100

l mutevole volo della pittura
[…] Da sempre Angelo Cagnone ha lavorato sull’idea fissa di una pittura impossibilitata a riconoscersi come spazio statico, costruito su regole immutabili, sottratto alla tentazione di trasformare le apparenze del mondo. di questa complessa metamorfosi l’artista ha subito avvertito la sostanza immaginativa, almeno da quando negli anni sessanta ha iniziato il suo viaggio esaltante dentro i movimenti nascosti del reale, seguendo i dislivelli delle forme attraverso l’intreccio dei generi tradizionali (teste, nature morte, paesaggi), presenze a stretto contatto con architetture immaginarie e labirinti non percorribili. Proprio in quella lontana stagione creativa Cagnone ha intuito la possibilità della pittura di essere un magico strumento di analisi di immagine o, per me- glio dire, un lucido tramite per sognare la condizione dell’artista che viaggia sull’orlo della pittura, esplorando i meccanismi che guidano lo sguardo nel tempo della memoria ma, soprattutto, nello spazio abitato dalle ossessioni del presente. Infatti, quella di Cagnone non è mai un’arte che si estingue nella nostalgia di immagini perdute, è piuttosto un modo di inventare pericolose traiettorie che trasformano gli istanti incompiuti del passato in un nuovo rischio immaginativo.Tutto è giocato su sovrapposizioni e vuoti, su contrazioni ed espansioni, sul potere che le immagini hanno di produrre sensazioni e pensieri nascosti, proprio perché capaci di rivelare insospettabili profondità del campo visivo […]. L’attenzione per le risonanze del vuoto cresce come desiderio di sospensione dei significati, come condizione di assoluta estensione della luce, una luce mai atmosferica e sempre filtrata dal pensiero dell’altrove, anche quando coincide con il paesaggio e con il relativo stato d’animo. È dunque una luce mentale quella che Cagnone filtra sapientemente sulla superficie, con una intensità pari a quella delle ombre che velano le cose e le avvolgono nel mistero. La metodologia di Cagnone non occorre svelarla: l’accostamento di un dettaglio figurativo ad un elemento geometrico è questione che riguarda non tanto il processo di lavoro quanto la possibilità che da questo rapporto possa scaturire un’estensione del campo visivo considerato, ben sapendo che ogni mossa è sotto controllo. Il desiderio di dar corpo agli eventi della pittura è un racconto che si prolunga lungo filamenti di rette, si identifica nelle sfumature di colore, si flette nell’uso della linea curva che si sovrappone ai frammenti fotografici.

Tratto dal catalogo della mostra Studio Reggiani,
a cura di Claudio Cerritelli, aprile 1997