REMO BIANCO



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Impronta, 1967, foglia d’oro su smalto, cm 210x105

Il nostro è tempo nel quale non solo si vanno provando le facoltà espressive di tecniche inesplorate, ma anche ci si avventura nel regno dell’incanto inventivo. Più non si scrutano la corposità degli oggetti e la profondità degli orizzonti; la magia dell’arte vuol essere conquistata per via di un’emozione diretta, tutta vibrante, dove le forme vivano in forza del loro stesso rivelarsi, e dove, al di là di dogmi e sentimentalismi, il senso delle cose si ponga in un mondo visibile diverso da quello oggettivo: un mondo che si qualifica per il modo con cui si dà le proprie strutture. Remo Bianco ha mostrato di saper utilizzare con fervida intelligenza le indicazioni che gli venivano offerte dalla cultura moderna; però non ne divenne un passivo ripetitore, perché lo slancio fantasioso di cui è in possesso tutto organizzava in nuove proposte. Appunto, come s’è detto, sono gli impulsi inventivi a provocare l’impennata che consuma gli apporti fino a lasciarne appena una vaga traccia. Né da altra parte tutto si svolge
sul fondamento di una semplice istintività. La stessa sonorità smagliante dell’oro e dell’argento impressa sui fondi di colore vivido conforma una combinazione di accenti
e di pause che inquadra un rimando continuo di relazioni e istituisce quindi un’espansione diretta oltre i limiti del suo stesso piano. In simile procedere equilibrato tra fantasia e intellettualità, mai meramente meccanico, Bianco sfugge allo schematismo proprio in virtù di quel tanto di arcano che vi è sottinteso; anzi, di quella gioiosa leggerezza con cui sullo schermo del quadro muove la frequenza aggraziata delle sue forme, le quali mirano, tutto sommato, ad un godimento fascinoso e aristocratico.

Umbro Apollonio 1967