MAURO BETTI



betti
Zoot VIII, 2005, sintetici su tela, cm 100x100

Uno sguardo sul mondo. Le opere recenti di Mauro Betti
È sempre limitativo cercare di dare un’etichetta alla ricerca di un’artista, di fare rientrare i lavori in categorie determinate. Come se si volesse riassumere con una definizione la complessità di un’opera, in una sorta di inutile tentativo di catalogazione. Se nella maggior parte dei casi l’operazione è superflua, in taluni è addirittura scorretta. Così per i recenti lavori di Mauro Betti, nei confronti dei quali il problema della definizione è privo di senso. I suoi dipinti di forma romboidale o quadrata, in una sorta di richiamo alla figura perfetta per eccellenza, si pensi in tal senso alle riflessioni che su questo tema si sono fatte durante tutta la storia dell’arte e in particolare durante l’epoca rinascimentale2, di primo acchito potrebbero apparire dei dipinti astratti. Ancora meglio dei monocromi in cui appaiono, tuttavia, dei segni, delle indicazioni. La sua, invece, è un’astrazione alla rovescia, che non vuole limitare il proprio perimetro. Nelle sue opere sono segni, piccole icone, scorie, lacerti del figurale che si pongono in aperto dibattito con la materia della monocromia. Quella della tradizione novecentesca. Sebbene non sia intento di Betti citare, ammiccare è come se nel suo lavoro, perfettamente metabolizzati, fosse possibile trovare una serie di momenti che aprono la riflessione sulla storia dell’arte e sul suo significato oggi. Nei suoi dipinti è un repertorio ricco di tracce, appunto, di figurine di diversa natura e derivazione che si pone a confronto con una situazione spaziale che gli dà vita. Sostegno e punto di riferimento. Gli elementi sono protagonisti e vivono dello spazio in cui sono totalmente immersi, da cui in taluni casi paiono affiorare, come da un magma irregolare. Le sue sono comparse, apparizioni. Le scorgiamo in zone marginali del dipinto tali da trasmettere un chiaro senso di spiazzamento. Si tratta di un equilibrio squilibrato. In molti dei suoi dipinti agli angoli sono come delle barrette, si tratta di una scansione spaziale, una sorta di modulor, teso alla misurazione dello spazio. Un argine, un desiderio di segnare, che pare contenere la pittura nella sua dirompenza, nel suo uscire dagli schemi, dagli spazi determinati dall’incombenza del telaio. In tutto questo le sue figure affiorano improvvise e appaiono allo sguardo che le cerca come indici, presenze murali. Mauro Betti è un osservatore attento, si guarda intorno. La sua è un’operazione di filtro, come se raccogliesse tutti i simboli, i segni del suo circostante, per poi scartare quello a cui non è interessato e utilizzare il resto. In questo modo opera una sorta di riassunto, una sintesi, un’essenzializzazione di quelle migliaia di input, che ogni giorno ci vengono offerti in un mondo invaso dalle immagini: televisione, internet, informazione, comunicazione, pubblicità. Ogni giorno siamo sottoposti a supporto materiale, questa strana alchimia iconografica della materia. una sorta di lavaggio del cervello, a un bombardamento sempre meno interessante, in cui alle immagini è attribuito un significato finalizzato alla persuasione più o meno occulta. Ma questa è storia vecchia ormai di quasi cinquant’anni. La sua è un’operazio- ne di semplificazione complessa. Dove semplificare non è banalizzare, piuttosto alleggerire. Leggerezza da intendersi nel senso in cui la intendeva Italo Calvino nelle Lezioni americane. Per Betti è fondamentale riuscire a giungere al cuore, al nucleo delle cose, come se avesse bisogno di misurare il circostante per ingurgitarlo, farlo suo e quindi rielaborarlo. Del resto la lettura dei manifesti, delle immagini che lo circondano e il loro conseguente riutilizzo è una pratica che ha segnato tutto il novecento dalle prime avanguardie in poi. Ma il suo interesse non è nei confronti delle zone colte del secolo che ci ha preceduto, quanto nei confronti della cultura materiale, dellaquotidianità. La sua attenzione è anche verso le persone e i loro schemi comportamentali. Per le zone monocrome del dipinto Betti utilizza dei colori volutamente artificiali, il più delle volte esasperati: verde acido, arancione, rosa fuxia. Colori innaturali che, tuttavia, troviamo ogni giorno sul nostro cammino: nelle vetrine dei negozi, sulle pagine a colori dei rotocalchi, negli scaffali del supermercato. Sono i nostri colori di riferimento come il terra di Siena lo era per Simone Martini. Ancora una volta la partenza della sua ricerca è da rintracciare nel mondo. Quella di Betti non è astrazione lirica, che va a toccare le corde dell’emozione e del sentimento, piuttosto sembra guardare con interesse a quanto è stato fatto negli ultimi quaranta anni dalla Pop Art al graffitismo. In cui la riproposizione diviene, quasi automaticamente, trasformazione. Betti è affascinato dalla densità segnica di un Gastone Novelli per esempio. Il suo è un lavoro che va oltre un ambito prettamente artistico, anche se il mezzo, la pittura è per eccellenza un medium dell’arte. La storia dell’arte è per lui una sedimentazione, un substrato a cui non si fa riferimento in maniera diretta. Sulle sue tele sono come macchie di umidità, che rimandano alle tracce lasciate dal passare del tempo sui muri. Si tratta di un escamotage tecnico. Betti lavora su tela grezza, senza preparazione, onde evitare di creare una pellicola tesa a assorbire lo smalto. La superficie non deve essere omogenea, a Betti non interessa creare una zona perfetta, magari respingente. Il suo è come un intonaco che registra il passaggio del tempo e delle cose. In questo modo viene a crearsi una stratificazione, il passaggio delle campiture, quattro o cinque, lascia la memoria dell’azione compiuta, che va a sovrapporsi a quanto già c’era. Il suo desiderio è quello di inquinare la monocromia, di dare vita a un disturbo. Betti parte dallo spazio della pittura per porsi in contrapposizione, ma anche in relazione allo spazio circostante. Così da creare un ritmo intrinseco a ogni opera che vive di vita autonoma. La sua è una rinuncia alla tridimensionalità, sebbene la citi nelle sue figure. È uno svuotamento, come se la risucchiasse. Nei suoi lavori è l’affermazione dei concetti, ma anche il suo contrario. Betti instilla il beneficio del dubbio. Nessuna affermazione di verità. Sebbene lavori sulla banca dati iconografica che ci circonda non c’è nel suo lavoro nessun intento sociale, tantomeno rivoluzionario. Il suo, in tal senso la similitudine con un atteggiamento dell’artista antico, è un attendere quotidiano alle cose, un dedicarvisi senza risparmio. Si tratta di una ricerca privata. L’esterno offre degli stimoli che vengono puntualmente rielaborati all’interno. È un ragionamento individuale a proposito del pubblico. Non ci sono messaggi espliciti, ma neppure impliciti: Betti era, è e resta un pittore.

Angela Madesani
Tratto dal catalogo Mauro Betti,
Edizioni Il Ponte, Firenze, 2006