MASSIMO ARRIGHI


arrighi
Senza titolo H22, 2003, pigmento rosso su tela, cm 100x100

Una strana alchimia iconografica della materia
Massimo Arrighi è un commuovente esempio di pittore allo stato puro, capace, nella nostra epoca di globalità mediatica, di perseguire una ricerca dialettica estrema nel rigoroso approccio dei due imperativi assoluti della pittura monocroma, la luce e la materia. È in seno a questo dialogo fondamentale che Arrighi modula i frammenti di spazio infinito che offre al nostro sguardo. Quando l’ho conosciuto, poco meno di dieci anni fa, questo maestro dell’acrilico conferiva alle sue distese di colore rosso, marrone, malva o violetto l’evanescente fluidità dello spazio elettronico. Colore-luce-spazio: la fusione di questi tre componenti
del nostro aleatorio percettivo ci faceva percepire, alla maniera di una persistenza retinica su di uno schermo televisivo, la traccia dell’energia cosmica cara a Yves Klein. A forza di continuare a simulare nello spazio pittorico la realtà virtuale dell’energia immateriale trasmessa dal flusso elettronico, la vibrazione cosmica si è condensata in elettricità statica, un po’ come nelle vasche di pigmento puro IKB di Yves Klein. La monocromia evanescente si è rappresa in materia acrilica colorata nera, grigia, o rossa, creando sulla propria superficie spessi tratteggi verticali o obliqui e ondeggianti distese di increspature. Il colore si è
fatto materia strato dopo strato, presentando notevoli densità di stratificazione agli angoli superiori del quadro, come in seguito di una successione di colate di lava. Di fronte a queste tele recenti abbiamo l’impressione che il flusso energetico del pittore ci faccia atterrare su di un altro pianeta del nostro sistema solare. La superficie della tela esprime un rilievo planetario di una densità differente da quella della terra, ma le cui caratteristiche sono alla portata delle nostre approssimazioni analogiche.
Siamo liberi di vedere attraverso questo condensato di anni luce l’eco delle tempeste solari su Marte o Giove. Il miracolo della pittura alleato al mistero delle fonti di luce crea le condizioni affettive di questo spaesamento visivo. Invece di farci pensare ad una deriva minimalista delle agitazioni superficiali del magma profondo, la pittura di Aringhi ci porta immediatamente ai limiti estremi di un orizzonte altro della materia, cioè di una materia extraterrestre che dalla terra sarà vista secondo la decorazione astratta di una sensibilità e di una percezione spaziale imprecisa. La visione di una materia deliberatamente impersonale e fredda, animata solamente dalla soggettività del nostro sguardo che porterà con sé l’illusione di una luce altrettanto soggettiva. L’illusione è perfetta, sia dal punto di vista della materia che della luce. Arriviamo così ad un punto di alienazione che è il
segno apparentemente paradossale del trionfo della pittura in sé. Questa pittura non viene verso di noi, siamo noi ad andare da lei. E questa materia che ci dà l’impressione di provenire da ere lontane, mentre è il frutto immediato del tocco di pennello di un giovane maestro! E dico giovane di proposito, perché la pittura di Arrighi è giovane, senza altro legame che il flusso aleatorio del nostro sguardo che la saturazione mediatica ha abituato ad affrontare il vuoto pieno di una globalità senza limiti. La pittura di Arrighi si è liberata dell’evanescente fluidità elettronica per proiettarla nella luminosità soggettiva dei nostri occhi. Le trame formali che animano la superficie della pittura di Arrighi costituiscono un codice di comunicazione ottica che conquista e canalizza la soggettività operazionale del nostro sguardo. Che si tratti di lisce stratificazioni di curve in rilievo, di spesse linee
concentriche o di distese di tratteggi obliqui e verticali o ancora di sequenze ritmiche ondulatorie, i dispositivi linguistici di Arrighi fanno riferimento a stati limite visivi che la nostra sensibilità saturata elettronicamente interpretacome punti di non ritorno della nostra cultura globale. Da qui la freschezza e l’attualità di questa pittura che ci mostra una natura esotica minimale che avrebbe lasciato il flusso globale dell’informazione mediatica per venire a interrogare direttamente il nostro sguardo. Essa fa direttamente concorrenza alla natura virtuale dalla quale ci sembra uscita per dare un supplemento d’anima alla soggettività del nostro sguardo. Miracolo: questo va e vieni della soggettività del pittore funziona a tal punto in sincronia con la nostra che abbiamo la sensazione di essere noi ad aver preso l’iniziativa. Ed è così che noi arriviamo ad assimilare il messaggio di questa pittura allo stato puro, memoria lirica di un fotogramma di comunicazione interplanetaria. La pittura di Arrighi racchiude il misterioso potere di trasmutazione dell’immagine a partire dal suo supporto materiale, questa strana alchimia iconografica della materia.

Pierre Restany