RODOLFO ARICÒ



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Pulsa
, 1989, acrilico su tela, cm 220x230

Teso a rendere visibile ciò che alla visione si sottrae, a dare corpo a quanto vi è di più inafferrabile, il lavoro di Aricò ci pone di fronte a un’esperienza difficile, costruita sull’accostamento di contrari o, come io penso, sulla ricerca estrema dei confini che, una volta raggiunti, dimostrano di possedere le caratteristiche opposte di quanto delimitano. Ecco perché la ragione che appare come la matrice di queste opere è una ragione inquieta, perché si tende, si sporge all’estremo di se stessa, ma anche in quel fuori che è la più profonda interiorità. Nello sforzo di osservarsi come altro e come sé, si trasforma il concetto di una razionalità presente e inflessibile, qui il progetto razionale trova gli spazi della propria assenza e del proprio essere flessibile. Questa dimensione contrastata indica come in ogni cosa la differenza sia confine e soglia, ciò che permette l’identità e la comunicazione.
Dimensione che in Aricò si estende dove l’opera compie quello spostamento interno che vuole essere la ricerca di una maggiore vicinanza a se stessa e permettere così alla ragione di acquistare flessibilità e assenza. Assenza che non è vuoto di ragione, ma capacità di porsi in uno stato di assoluta sospensione dove artista e opera tacciono, impegnati in un ascolto totale.
…Il linguaggio della ragione non cessa di restare una delle componenti inalienabili del lavoro di Aricò, ma “è prestando il suo corpo al mondo che il pittore trasforma il mondo in pittura”, e questa verità si è sempre più fatta presente negli ultimi anni. Si è affermata nell’affermazione della pittura e nella trasgressione a un pensiero che voglia porle dei limiti. Il sapere è oggi alimentato dall’incertezza che gli deriva dalla complessità, e dalle sue contraddittorie indicazioni. Gli ostacoli, i contorni sfuggenti, divengono però uno stimolo a porsi all’interno dell’ambiguità, nei grovigli delle differenze. La ragione non può più essere il centro di una struttura equilibrata e ordinatrice, ma consentire i mutamenti di un’interminabile conoscenza. Raggiungere confini significa, in questa logica, raggiungere il termine che apre all’estensione. L’opera di Aricò ha reagito alla complessità dando-
si un’attrezzatura metodica flessibile e rinnovabile, costituita dal sommarsi di ragioni tecniche e psicologiche. L’esperienza si proietta nella sostanza dei manufatti e questi entrano nell’esperienza con la forza della loro concretezza. Incollare, dipingere, strappare, applicare nuovamente, ridipingere, strappare ancora, scalfire. Comportamenti fattuali, pratiche materiali, che vanno al pensiero e ritornano alla realtà fenomenica in uno scambio che diviene fondamento interiore e ordine compositivo. Ordine più che mai inquieto e conflittuale, attualmente fatto di lacerazioni, di fratture, che riflettono la sfida delle problematiche con- temporanee. Nella loro piena assunzione Aricò si conferma come un artista di cultura internazionale, ma al tempo stesso raro interprete di una tradizione italiana. Testimone di una straordinaria stagione, le ultime opere hanno una qualità eguale solo al sentimento che la provoca. La pittura travalica le proprie grammatiche nella ricerca di un senso che non sia contemplato, senza agganci e senza relazioni. Pittura che accede e porta con sé lo sviluppo che la supera e continuamente la perpetua. Un’arte dove l’emozione che precede l’opera si ripropone nella coscienza del suo accadere, indeterminata e presente, frammentaria e compiuta.

Tratto dalla monografia di Rodolfo Aricò
a cura di Giovanni M. Accame, Edizioni Electa, 1990