GIUSEPPE SANTOMASO

santomaso

Senza titolo, 1989, tecnica mista su carta, cm 61x57

Le mie origini sono a Venezia, le mie origini sono i mosaici di San Marco, di Santa Maria di Torcello: il riflesso nell’eterno, i frammenti dorati dell’eternità che si incarna in Venezia. Le mie origini sono Venezia come libertà aperta ad Oriente: libertà civile, storica, culturale.
G. Santomaso

Compito dell’arte – sempre che l’arte abbia, di fatto, dei compiti – è certamente quello di rendere problematico il confine tra la capacità d’immaginazione dell’uomo e il cangiantismo percettivo delle cose della realtà, non solo nelle sue forme materiali, ma anche nelle sue espressività come la luce, il colore, la materia. Se dunque da un lato è l’uomo a essere protagonista di una visione strettamente individuale che raccoglie nella propria esperienza l’essenza delle cose, dall’altro le cose stesse sono pronte a manifestarsi in un’atmosfera evocativa, in una realtà così coinvolgente ed emotiva da sembrare irreale e suggestiva. Di questa dialettica si nutre la pittura di Giuseppe Santomaso; una pittura che è in continuo ripensamento di sé stessa, sia sotto l’aspetto della tecnica e dell’uso di elementi espressivi individuali, sia nella costante riproposizione di un modo di percepire e raccontare il mondo esterno. C’è dunque una continuità, un’evoluzione temporale ininterrotta che unisce il giovanile ciclo delle Finestre - iniziate a Lendinara, nella casa di campagna di Marchiori - a una delle sue ultime opere: Il bianco vince. Un percorso pittorico che vuole descrivere una quotidiana visione del mondo attraverso la luce, i colori, i muri, i segni materiali, perché, come dice lo stesso artista: “Il mio è un tipo di reale che naturalmente viene vissuto dentro una cultura, la cultura veneziana che ha scoperto l’importanza di distruggere le forme per ricostruirle con il colore”. In fondo tutto il lavoro di Santomaso è cogliere le forme attraverso i colori come lo stesso Umbro Apollonio ha messo in evidenza con queste parole: “… inconfutabile che Santomaso abbia sempre manifestato una relazione con la realtà, nel senso che la sua pittura non ha mai mostrato di interessarsi al problema delle forme in sé e per sé significanti, cioè astratte, come non ha mai mostrato di cedere ai sussulti emotivi di una tematica esclusivamente passionale”. La pittura dell’artista veneziano dunque trova la sua iniziazione dapprima nel desiderio di ordine, e poi nella ricerca di un linguaggio e di una sintassi equilibrata nelle configurazioni e nelle sue connessioni. D’altra parte, a leggere quello che lo stesso artista afferma, possiamo dedurre quanto Santomaso sia particolarmente attento al linguaggio espressivo e a quanto lo stesso ordine sintattico sia indispensabile all’insieme compositivo dell’opera. “… i segni, le macchie di colore, si aggregano allora in un ordine particolare. Mi accorgo che nulla di quello che segno sulla carta ha a che fare con una rappre-
sentazione o descrizione oggettiva, ma avverto anche che, senza quel pretesto visivo, senza quel blu o il taglio nero di un palo contro l’intonaco, il rotolare di un osso o il cigolare di una ruota, questi segni non avrebbero preso vita, non si sarebbero disposti in un ordine espressivo. Si è dentro le cose e con le cose. Non vi è immagine senza le cose”. Le grandi campiture, ricche di vibrazioni cromatiche e dimodulazioni materiche, diventano così il luogo nel quale si materializza un ininterrotto dialogo con la quotidianità, con le cose che vivono, con le forme che vediamo o con cui veniamo a contatto ogni giorno e che appartengono al divenire della vita; uno spazio dunque che permette alla realtà di entrare nel mondo della percezione, dell’immaginazione, della poesia, della pittura. Un luogo che a volerlo racchiudere, o dovergli dare una definizione, altro non è che Venezia, la sua elegante città natale, da lui evocata attraverso affascinanti architetture, trame della luce, riflessi lagunari, cieli - che altri maestri del colore veneziano come Guardi, Tintoretto, Canaletto, hanno saputo rievocare - ma anche quella luce per secoli narrata dai brillanti mosaici bizantini. Tutte queste particolarità, come idiomi nascosti, hanno composto il linguaggio pittorico di Santomaso, un linguaggio capace di creare atmosfere a volte solari, altre piene di angoscia, ma anche di perfezione universale. Un percorso di pulitura e di selezione che è partito con la multiforme creatività apparsa nei primi anni trenta – è del ‘34 la sua prima esposizione alla Biennale d’Arte Internazionale di Venezia – ma consolidata nell’immediato secondo dopoguerra, in un periodo dove l’impegno innovativo e una diversa coscienza artistica l’hanno portato ad aderire attivamente agli esperimenti dell’astratto – concretismo italiano. Fu, infatti, uno dei componenti, assieme a Birolli, Morlotti, Vedova, Afro, Corpora, Moreni, Turcato, del gruppo degli otto teorizzato dal critico d’arte Lionello Venturi. L’operare artistico di Santomaso non si è limitato ad una semplice pittura a – figurativa, all’eliminazione cioè di ogni riferimento figurale o identificativo con elementi naturalistici, quanto piuttosto a promuovere una pittura che diventasse un’interpretazione dell’atto sensibile del percepire gli elementi estetici che hanno scandito, nei secoli, il divenire della città lagunare. Il suo lavoro, nel corso degli anni, si è mostrato come una continua ricerca di identità, una solida disponibilità sempre aperta, pronta ad allargare il campo visivo, senza con questo racchiudere la sua pittura all’interno di una specifica definizione. Solo in apparenza è leggibile una poetica di tipo informale, ma che immediatamente viene messa da parte da quelle composizioni che sfuggono alla regola crociana, che prevede la contrapposizione tra forma e contenuto; se la stessa materia ci porta ad individuare nella superficie una specifica manifestazione gestuale, immediatamente la ricerca di un equilibrio formale si sposta all’individuazione di un materismo elegante e raffinato, che subito si converte in una percezione che oltrepassa l’immaginazione e si fa visione di un silenzioso inconscio. Attraverso sottili modulazioni del sostrato materico, le lievi architetture si manifestano in configurazioni sensuali, tese ad armonici equilibri spaziali, che l’artista veneziano è andato raccogliendo; ha perciò seguito le tracce più vive di un mondo nel quale è vissuto a lungo, per cui solo i colori, le irregolari superfici e gli eleganti segni che percorrono le sue cromatiche campiture, si fanno espressione di un contatto così intenso e pieno. A volte evocando, con lievi linee le geometrie, le strutture architettoniche ed essenziali del Palladio (in quell’immaginaria corrispondenza con l’architetto rinascimentale che è riuscito ad immergere “queste architetture dentro la meravigliosa natura delle colline venete”), altre con la citazione degli archi a sesto acuto tipici delle finestre, delle logge, dei portoni e dei porticati di Venezia. Questi richiami ad un passato ormai storicizzato e alla propria esperienza artistica, sono un costante riferimento non solo al carattere essenzialmente linguistico dell’operare di Santomaso, ma anche alla sua ricerca su ogni elemento reale come sintesi tra un impersonale segno formale, tendente ad invadere la terza dimensione, ed un’intima ispirazione verso la rappresentazione di fenomeni comuni. In questo dualismo si vanno accentuando i momenti espressivi di un fare pittura come autoanalisi, come un’inesaudita scoperta di un mondo onirico, come un continuo narrare una più nascosta realtà immaginaria, sospesa nell’aria, come priva di gravità, come una nota tutta irreale da interpretare, da ascoltare poiché “… ci deve essere una ragione del mio incanto di fronte alla pittura di Santomaso, quelle ragioni appunto irrazionali per cui sei come sospeso in aria pur essendo radicato nella realtà” (Goffredo Petrassi). Le stesse assonanze e dissonanze cromatiche (bianchi/neri, marrone/blu) rimandano a quei muri erosi dal tempo, dal vento, dalla salsedine, luoghi nei quali pare possano convivere come arie di un motivo musicale atonale, i caldi toni cromatici delle cittadine lagunari e le fredde colorazioni del muro affiorante, quale segno di decadenza di un ambiente umano, ma così tanto intimo nella memoria dell’artista. Un segno di
un’esistenza tale da suggerire - come del resto sosteneva lo stesso Kandinskij - una pittura astratta che, attraverso la musicalità dell’insieme di segno, colore, spazio e superficie, sia l’interprete dell’intimità come fantasioso riferimento alla soggettività del reale, e che con le parole di Santomaso suona così “l’arte diventa la sola essenza dell’uomo capace di rispondere alla necessità del profondo”.

Diego Collovini
Tratto dal catalogo Santomaso, Galleria Comunale di Arte Contemporanea ai Molini, Portogruaro (Ve), 2002