MARIO RACITI

raciti

Mistero, 1997/99, tecnica mista su carta intelata, cm 100x150

Attraversare una soglia
[…] Una decina di anni fa, quando Mario Raciti era alle prese con le opere della serie delle “Mitologie”, fondate su una rarefazione del segno e delle presenze formali nell’ambito di uno spazio che si andava estendendo, quasi privo di colore, si poteva riconoscere nel rapporto fra i segni e i colori deposti sulle superfici delle sue carte e nelle allusioni provenienti dalle sue narrazioni appena accennate, un ribaltamento tra il qui e l’altrove, di spazi lontani, veniva ribaltato in interno, caverna, antro femminile. La ricerca dell’assoluto trovava una proiezione o una forma in un qui e ora di ragione naturalistica o esistenziale. Tale interpretazione nasceva dall’osservazione delle sue pitture, in quell’enigmaticità di sagome e addensamenti variamente affioranti nello spazio fluido dei suoi paesaggi (o delle sue “mappe”, secondo una definizione di Franco Rella), dove sono presenti tracce che conducono verso possibili soluzioni che non possono essere affermative o definitive, ma anche dalle sue note poetiche, che accompagnano il suo cammino di pellegrino ostinatamente in viaggio verso un orizzonte senza limiti. Di qui il fascino e anche la difficoltà della sua pittura e del suo atteggiamento, incapace di passare attraverso il filtro di una più facile ed esteriore partecipazione alle cose mondane (o di moda), come di annullarsi in uno spazio tutto mentale. Bisognoso, invece, sempre di un dialogo interiore con qualcosa di percepito e sentito a livello intimo, sottocutaneo più che emozionale, che spinge l’artista a elaborare momenti di illuminazione in via nuovamente indagativa, e che si può tradurre anche in attimi di leggerezza, se non proprio di celata ironia. Lo strumento che Raciti adotta spesso, infatti nella parola come nell pittura, è quello dell’interrogazione, del punto di domanda che sollecita un’indagine, ma che è giustificato e forse, tragicamente, finalizzato al suo rimanere tale, segno che significa solo se stesso, domanda che non attende risposta. Nella pittura, come nella poesia o nel- la realtà concreta dell’osservazione, è possibile dare un tentativo di risposta attraverso immagini sensibili, non necessariamente figurative, che diventano forma o rappresentazione di quel senso dell’indefinito in cui le domande riecheggiano, lasciando vivo il senso del “mistero”. Al “mistero” è dedicato il ciclo successivo e attuale nell’opera di Raciti, che inizia nel 1993 a seguito, come ha raccontato, dell’incontro con le spoglie del santo esposte nella chiesa di san Zeno a Verona. Quella figura, muta e concreta, ha sollecitato nell’artista un insieme di associazioni, non necessariamente di natura escatologica, come il riferimento a siluri e sommergibili per descrivere l’impressione della bara sospesa, che hanno trovato manifestazioni nei dipinti, più ricchi di colore e di contrasti luminosi, che da quella prima idea sono scaturiti. L’ambiente o il carattere della pittura in cui tali evocazioni prendono forma è inizialmente ancora quello di un luogo dell’ombra, dove sagome e deboli segni scorrono come forme in negativo, pronte a raggiungere una maggiore evidenza per contrasto, come lampi luminosi. Ricorre la forma allungata di quel corpo disteso, come sepolto o levitante in uno spazio indeterminato, con la leggerezza di una pittura priva di peso. Si coglie, in quanto Raciti fa e dice, il desiderio di lasciarsi andare in modo più aperto a un’interiorità che si manifesti liberamente, come in una disponibilità al canto,secondo quanto lui stesso va ripetendo, o come nell’atteggiamento di chi, superate ritrosie naturali, provi il fascino del mare aperto. Dal punto di vista strettamente artistico, si tratta di pittura che appartiene a questo tempo inteso nella sua durata, perché pensata e fondata sulla permanenza, più che sulla rapidità di acquisizione delle forme di più facile comunicazione, ma che di questo tempo intende mostrare l’insufficienza, scavando oltre. Per quanto riguarda i motivi di fondo, poi, l’aspirazione all’inconoscibile, al mistero, trova oggi un luogo-tramite nel riferimento a quel “santo”o “angelo”, o ancor più alle “anime”, che Raciti considera semplicemente come invito a non fermarsi alla superficie delle cose [...].

Francesco Tedeschi
Tratto dal Catalogo Mario Raciti, Attraversare una soglia
Galleria San Fedele, Milano, 2002.