CLAUDIO OLIVIERI

olivieri

A Canossa, 2003, olio su tela, cm 260x200

Il Pensiero come oceano di Colore e di Luce
In data 16 aprile 1914 Paul Klee annota nel suo diario di Hammamet: “il colore mi possiede per sempre, lo sento. Io sono pittore”. Chi osservi i lavori di Claudio Olivieri, non può non pensare che questo artista potrebbe a pieno titolo affermare ciò di sé stesso, essendo l’autore di alcuni fra i più belli inni al colore e alla luce dell’arte contemporanea. Sciolto in tracce, in segni, in superfici di forte suggestione poetica, il suo colore consacra la pittura nel suo diritto a fare esistere la materia come luce, pur restando materia. Sinfonica e avvolgente, accesa da colori vividi, o studio di delicatissimi passaggi di sfumature, mai però frutto di una gestualità chiassosamente espressionistica, la sua stesura pittorica si espande con grande potenza energetica. Il tessuto cromatico rivela una sorta di synpàtheia cosmica, uno slancio panteistico, un cupio dissolversi nel battito miocardico della luce. Questo lavoro si colloca oltre le invenzioni sperimentali dell’azione, del gesto e della sua energia attimale, in una viva tensione tra materia e luce: ogni cosa è ombra enigmatica, vita senza confini, dolcezza e violenza, panico e quieta esaltazione. Allo stesso osservatore, può tornare alla mente Walter Benjamin, che nell’introduzione dell’opera di Leskov, Il viaggiatore in- cantato, scrive: “Era il tempo quando il tempo non contava”. È la dimensione temporale che può cogliere chi ritrovi nel proprio orizzonte percettivo di Claudio Olivieri: un tempo senza più storia, o meglio, un tempo che è una sorta di traversata metafisica della storia. Il tempo si è fermato: ogni ora della luce è la prima e l’ultima. Le sue pitture sono phantasmata, pure epifanie della luce-colore, aldilà della forma e dell’oggetto: cattedrali del silenzio della luce. La sua pittura è l’ipostasi della relazione tra la luce e lo spazio metafisico. Il supporto gli serve solo per imprigionare questi phantasmata, per imprigionare lo spazio e con esso l’inafferrabile vibrazione della luce. Olivieri riesce a portare a termine, nel proprio lavoro, quello che Roland Barthes definiva “il vero compito dell’arte”, e cioè “inesprimere l’esprimibile, sottrarre alla lingua del mondo, che è la povera e potente lingua delle passioni, una parola altra”.Questo lavoro emoziona proprio perché non insegue il senso della realtà, ma la trasfigura, grazie alla forza di un immaginario plasmato del colore e della luce come valori ab-soluti, sciolti da ogni contingenza, simbolici e metafisici, ma nello stesso tempo squisitamente sensuali. Olivieri, ma anche il contemplatore delle sue opere, vive un’avventura del linguaggio pittorico come sospensione dei comuni meccanismi di funzionamento del linguaggio e come disautomatizzazione della percezione: un’esperienza, appunto, di stupore contemplativo, alieno all’azione e al divenire. L’espressione formale si fa pura luce nelle vibrazioni calde e misteriose del colore che imbeve e plasma le sue tele, sindoni secolari eppure non aliene a un senso di sacralità. Del resto, l’immaginazione di Olivieri non si disperde certo in un vago e confuso afflato mistico, ma ha una salda base cognitiva. Fornisce così il fondamento per una conoscenza analogica che permetta di sfuggire alla costrizione del razionalismo, impositiva di una scelta in termini banalmente dualistici tra materia e spirito. Il pensiero corre al mundus imaginalis di Henry Corbin: via intermedia tra sensibilità e intelletto, materialità immateriale, spissitudo spiritualis, sostrato archetipico del nostro essere-corpo. Corre anche alla tradizione esoterica e neoplatonica, che mantiene viva la suggestione di un’essenza oltre l’illusione, e che trova nel pensiero di Giordano Bruno – in relazione a Olivieri penserei soprattutto al Giordano Bruno del De Umbris idearum – una delle sue più alte manifestazioni. In queste immagini percepiamo il crepuscolo delle forze fisiche e il passaggio verso un’energia metafisica. L’alba di una metafisica in cui la profondità della luce si estende verticalmente a innalzare un ideale axis mundi: quella verticalità che affascinò il primo romanticismo tedesco e inglese, simbolo dell’ascensione, della trascendenza, del volo verso uno spazio infinito, senza limiti, dove la pesantezza è abolita e si realizza una mutazione antologica dell’essere. Un universo si aggiunge all’universo, una luce alla luce: la pittura è abisso, la luce vortice immobile che inghiotte qui le cose. La luce è il centro, ma è anche soglia, limite ultimo delle forme. Attraverso di essa, Olivieri sembra quasi lasciare che la pittura “dipinge sé stessa”: dà l’impressione di lasciarla “parlare da sola”. Sembra voler essere presente solo per darle il passo, per essere l’elemento diafano del suo procedere: “io sono assente perché sono il narratore.-scrive Jabès- Solo il racconto è reale”.
Grazie a questa sua intensa presenza-assenza, Olivieri riesce a far sì che il colore e la luce facciano vincere alla pittura l’impossibile scommessa di esistere nel mondo senza appartenergli.

Silvia Pegoraro
Tratto dal catalogo della mostra
“20 artisti a Sasso Corvaro Montefeltro”, luglio 2000