GIANFRANCO NOTARGIACOMO

notargiacomo

Senza un titolo, rosso e giallo, 2007, smalto su tavola, cm 230x165

L’eleganza trasandata e la vis di Notargiacomo possono far pensare a una matrice culturale di comoda identificazione. Il Futurismo, certo. Quando negli anni Cinquanta e Sessanta richiamavo questo imprinting per alcune delle espressioni più provocanti della nuova pittura italiana, gli artisti si sentivano incollata l’etichetta infamante e se la staccavano di dosso con il solvente di qualche sorrisetto di compatimento per questa mia fissazione. Ma era vero, e anzi una genealogia futurista sia pure larga e quasi ribaltata, è oggi un titolo di merito e di originalità, nel giusto sforzo di distinguersi dal calderone cosmopolitano. Poi, per l’eleganza trasandata, si potrebbe richiamare quel modo ‘’alla romanella’’ di usare il pennello un po’ come viene, da Mafai e Turcato a Tano Festa e a Schifano. Persino Twombly, quel suo chic aristocratico e anglosassone, oxfordiano, non si sarebbe però liberato e decomplessato senza il bagno nell’atmosfera rilassata e struggente di Roma. Ma l’origine è ben più remota, come remote sono le origini della grandezza tutta naturale e nonchalante di questa città. Nella Domus Aurea di Nerone, ad esempio, il modo di riquadrare le decorazioni è di una irregolarità senza riscontro in tutta la pittura antica. C’è una nicchia che simula una finestra, con un paesaggio schizzato in modo così rapido che non si distinguono gli alberi dalle persone, e intorno dei segnacci a terra rossa, incrociati per dritto e in diagonale, grossi e tracciati a mano libera senza preoccupazione di rispettare gli allineamenti e l’omogeneità degli spessori. Un vero quadro astratto dipinto già ‘’alla romana’’, un vero gioiello di energia guizzante e di franca libertà espressiva. È inutile dire che Notargiacomo non lo conosce; o non lo ricorda, perché in una delle precedenti vite potrebbe anche averlo dipinto lui. Cosa vogliamo allora che c’entri Franz Kline, benché resti un passaggio obbligato nell’evoluzione internazionale del linguaggio, e benché forse, Notargiacomo, possa aver messo qualche intenzione nel ‘’citarlo’’? ‘’Fin dagli inizi la città è il tema prevalente della sua pittura. New York soprattutto, con il suo traffico e le scene di vita metropolitana; anche nell’opera astratta della maturità, i grandi montanti neri e i larghi gesti che compongono i suoi quadri esprimono i vasti spazi, le tensioni, le contraddizioni, ma anche la bellezza dell’immensa metropoli’’. Così si legge, di Kline, persino nella Garzantina. Ma qui non c’è New York, c’è Roma che è il suo perfetto contrario; non c’è la disperazione dell’immenso pieno-vuoto e la brutale contraddizione del segno che cozza, non c’è flusso liberato; non c’è l’anti-pittura; non c’è il nero come negazione del colore, c’è il nero come stimolante di rossi, gialli, blu nutriti, stratificati, pastosi anche se livellati per far da feltro scorrevole alla traiettoria dei canali; c’è una grande intensità di luce, ruvida ma dolce e saporita come la carezza scottante del sole, o tutta rientrata come nelle notti d’estate che brulicano di traffici erotici, di inciampi muschiosi, di fiori che bevono una torbida rugiada. C’è questa vitalità eccitata, alle cui soglie l’ansia affiora ma è sempre ricacciata, per cui la pittura di Notargiacomo somiglia così tanto a Gianfranco. Se ripenso a tutto il suo tragitto, con l’anticipazione degli ‘’omini’’ sul nuovo figurativo e l’anticipazione del ‘’Takete’’ sul nuovo astratto, ritrovo in questi segni di adesso sia quel senso dispersivo e disseminato di tante posizioni nello spazio, sia quel contratto e quasi frenetico torcersi, ma allegro, delle propaggini di quell’idolo della velocità. ’’Takete’’ da tachús, veloce; veloce come la velocità dei futuristi, ma anche delle sfacciate e deliziose pennellesse dei pittori di Nerone.


Tratto da Maurizio Calvesi, Gianfranco Notargiacomo, Edizioni Centro di Cultura Ausoni