LUCA GIACOBBE


giacobbe
Evo..., 2007, olio su juta, cm 60x70

Nel profondo degli spazi dell’anima
Il lavoro di Luca Giacobbe può suddividersi per periodi, ma in tutti è riscontrabile, al di là dei mutamenti e delle differenze, un segno che è suo e solo suo: è la sua cifra, il suo stile, il suo linguaggio. Si tratta di un segno lineare che si snoda su uno sfondo a creare, di volta in volta, perimetri, percorsi, costruzioni; poi, a seconda della fase, possono esserci altri segni, strisce, macchie, forme quadrangolari od ovoidali, e così via. Il colore, mai squillante o provocatorio, si afferma nella sua cromaticità “smorzata”, “riservata”, ma sempre capace di suscitare forti pensieri ed emozioni. Le opere recenti presentano una struttura più complessa ed elaborata: la linea percorre la superficie organizzando una sorta di impianto elettrico o idraulico oppure, se osserviamo il disegno come una pianta, una serie di strade e di edifici, che si ingrandiscono quando la figura occupa uno spazio maggiore e le linee hanno una misura più limitata. È curioso come il pensiero, al primo sguardo di queste opere, sembra contrastare con quanto afferma lo stesso artista, che ha più volte dichiarato: “Le mie opere costituiscono una nutrita raccolta di testimonianze del tempo che ho vissuto nella maniera più intima”. Ci può aiutare, allora, una riflessione che penetri a fondo, oltre la superficie, i significati nascosti che le opere vogliono comunicarci. Così ci accorgiamo che i “percorsi” e i “paesaggi” divengono “percorsi” e “paesaggi” dell’“anima”; che gli “impianti” sono strutture dell’intimo; che i contenuti si presentano con una intensa liricità; che appare un velo di ironia ma, soprattutto, di nostalgia, perché il deposito interiore di emozioni, di sentimenti, di esperienze, di fatti, di immagini, è sì, oltre che dell’autore, il nostro presente ed è costitutivo del nostro essere, ma è anche tutto il nostro passato, quindi il tempo che inesorabilmente (s)corre, con un cammino che non si sa bene dove inizi e dove termini: possiamo cogliere tutto questo, per esempio, in La via del respiro; oppure quando l’evocazione del titolo (Eveline) rimanda ad un romantico nome di donna di cui non sappiamo (né vogliamo sapere) nulla, ma in relazione alla quale possiamo osservare un percorso complesso ed intervallato da “soste”. Non chiediamo di più: la funzione dell’arte è quella di accennare, di suggerire, di suscitare emozioni e pensieri, non di dare risposte e definizioni né tanto meno di provocare curiosità morbose. E poi il colore, pur abbarbicato con spessore e matericità alla tela, stimola con la sua discrezione una sensazione di non definitezza, di indeterminatezza, come è la vita. Inoltre, è proprio questo colore “opaco” che crea lo spazio: lo sfondo, infatti, è qualche cosa di più di un fondale, è la costruzione di uno spazio, qui esemplificato in una sua porzione, con le linee che entrano e/o escono senza che se ne sappia la destinazione. Anche la luce, elemento fondante la pittura, appare tenue e “suffusa”, proprio per non abbagliare e per permettere una visione più calma e ponderata; certo, però, questa pittura non appare “rasserenatrice” né “consolatoria”, infatti la non precisa definizione dei contorni, nelle linee e nelle forme, e qualche “colatura” di colore stanno a ricordare che la vita è anche sofferenza e che il ricordo è sempre frammentario, mai un blocco ben definito e organico. L’artista ci offre, così, il suo essere profondo non per presunzione o perché lo creda emblematico: con grande pudore ce lo offre a testimonianza di una vita, seppur giovane, di un essere umano, che possa , appunto, non porsi come insegnamento, ma, più sommessamente, come esperienza che metta l’osservatore in grado di pensare (e di emozionarsi, di godere o di soffrire) alla propria esperienza, alla propria vita: Giacobbe, insomma, non insegna, suggerisce. L’arte si frequenta proprio per questo. Infatti da quando la poetica dell’“antigrazioso” ha preso il sopravvento nella ricerca estetica, l’artista opera a suscitare pensieri e sensazioni legati o al sociale o al personale, che poi dovrebbero coincidere, non potendosi concepire seriamente un’arte che si occupi della politica, della cultura, dei problemi materiali e spirituali dell’uomo, senza occuparsi anche di quest’ultimo, a cominciare dal sé; viceversa, sarebbe sterilesolipsismo scrutare solo se stessi senza rapportarsi all’altro da sé, sia esso persona o cosa, o avvenimento. Ecco, l’opera di Giacobbe tende proprio a questo e si afferma proprio con questa metodologia poetica e con questi risultati.

Giorgio Bonomi