ALESSANDRO GAMBA


gamba
In attesa che suoni, 2006, olio su tela, cm 80x80

La pittura senza oggetti può scandirsi sulle cadenze della riflessione sottile, della sensuosità lievitante nel processo, del piacere per la materia prima - materia prima concettuale - del dipingere. Alessandro Gamba ha scelto di lavorare ascoltando il carattere e le vocazioni di un colore, sia esso il rosa carnale reso argomento di pittura, oppure un blu d’aroma di cielo non estraneo. È ben lontano da nostalgie di Monochrome Malerei, così come ogni ideologismo del pittorico, del dover essere estetico, gli è estraneo. Il colore è colore. Sostanza, carne e temperatura vitale d’un sentimento dell’immagine. Gamba procede lento, per via di colpeggi brevi, di un progetto di testura vibrante che si appropria della luce. L’occhio del lettore deve, su questi dipinti, pascolare, in una sorta di deriva allentata, ricostruendo nel flusso affettivo il tempo lungo del fare del pittore: tempo fatto di scrutinio e di microemotività catturate ed espresse, tempo di concentrazione e di piacere soave del fare: tempo altro, soprattutto, inattuale e vagamente sacrato. La superficie si dispiega lì, per crescita intimamente risentita, quasi un tentato assoluto poetico. E si determina per differenza, solcata da un segno che è, alla prima, struttivo, ma anch’esso dai precisati comportamenti. Traccia di una tensione che eccita, della superficie, la risonanza, forte di quelle diagonali serrate, di curvature e accidenti dai quali si sprigiona aroma simbolico. Avverti, ancora, pensieri da pittore in queste minime architetture d’una geometria del disordine. Ben Nicholson e Mark Rothko, le stagioni della geometria lirica; su tutti, ancora, Licini, kleianamente assorto nella simbolica del segno, “astratto con qualche ricordo”, ma per Gamba maestro, soprattutto, di asciuttezza emotiva, di una schiettezza formale lucidamente antiretorica. Certo, a voler proseguire il teatro inutile dei gusti decennali, per Gamba si deve dire del permanere te- nace entro i territori dell’espressivo pittorico di fondamento astratto, poco propenso al commercio con le esigenze dell’attualità. Non importa a lui, naturalmente, e nulla deve importare a noi, che in questi quadri leggiamo piuttosto l’omaggio da troubadour cortese alla Signora Pittura, omaggio sincero che si fa modo di vita. Perché, vien da dire con Bernart de Ventadorn, “mos chans non sordeya”, il mio canto non invilisce. E il canto di Gamba è così.

Flaminio Gualdoni
Tratto dal catalogo Gamba, Connubi Desuèti,
Galleria Artestudio Milano, 2007