TOMMASO CASCELLA


cascella
Bocca di fuoco, 1994, tecnica mista su tavola, cm 77,5x130

Persistenza della pittura
Mai come nell’ultimo decennio si è allargata la forchetta tra ciò che appartiene alla sfera globale e ciò che invece riguarda il cosiddetto locale. Sembra addirittura essersi avverata la dicotomia tra particolare e universale su cui già si accapigliavano
nell’umanesimo fiorentino Machiavelli e Guicciardini. Da una parte, dunque, il macrocosmo dell’arte e della cultura che ragiona per categorie generali, le cui coordinate estetiche dovrebbero funzionare ovunque e per chiunque; dall’altra il nostro quotidiano, fatto di sensibilità contingenti, elementi che tendiamo a riconoscere e ritenere validi soprattutto nel nostro ambiente. Fino ad alcuni anni fa il sistema dell’arte prevedeva la coesistenza pacifica dei due eserciti. Oggi il globalismo ha definitiva-
mente imposto l’international style come espressione totalizzante del primo mondo che si espande orizzontalmente in una sorta di neo-colonialismo culturale. Ma mentre a universi da noi distanti si “perdonano” gli eccessi localistici, considerandoli anzi il quid espressivo che rende degna di nota una forma estetica aldilà del suo esotismo, all’arte dei paesi industrializzati si vietano, secondo un codice piuttosto rigido e intransigente, quegli eccessi di tipicità che la renderebbero troppo facilmente riconoscibile. Insomma, secondo i dettami della nuova cucina internazionale una pasta al ragù appare di certo banale e scontata, a meno che non venga architettata da un food designer e “contaminata” da profumi orientaleggianti, allo stesso modo la pittura italiana non dovrebbe più essere calda, sensuale, emotiva, comunicativa, perdendo quindi per strada i propri caratteri primari. Non empatica ma mentale, non coinvolgente ma raziocinante, non seduttiva ma strategica. Sarà stile globale, ma non è roba nostra. Se davvero tutto fosse così, pittori quali Tommaso Cascella non otterrebbero facilmente diritto di cittadinanza in ciò che noi tutti ci ostiniamo a chiamare “sistema dell’arte contemporanea”. Ma noi sappiamo non essere così, sappiamo che un ristretto nucleo oligarchico non esaurisce le infinite declinazioni possibili che la pittura implica in sé. Si resiste, quindi. La pittura, infatti, non è tendenza ma persistenza. Sfugge al destino delle mode, piace per mille imperscrutabili motivi, tocca la sfera personale, ognuno la potrà usare come vuole, adoperandola come luogo della memoria o scala per il paradiso.“Sono nato in un altro tempo, pochi anni fa, nel centro di Roma”. Così scriveva Tommaso Cascella in un’autopresentazione del 1990, intuendo che il suo stile pittorico, a cui è sempre stato fedele, lo avrebbe presto allontanato dai cosiddetti giri contemporanei. Per come lui la intende la pittura è figlia di un altro tempo, si radica su una necessità intellettuale molto ampia e complessa che non l’hic et nunc. E’ insieme scrittura e letteratura, grafia e colore, composizione e libertà. Implica la sfera del conscio e quella dell’in- conscio. Si radica nella tradizione ma risulta sempre e comunque, in ogni singolo episodio, innovazione, continuo superare le proprie certezze, ricerca di qualcosa più in là, oltre, forse non visibile. In questo senso la pittura, per come la intende Cascella, è saldamente ancorata nel moderno, risponde ai dettami teorici dell’avanguardia. La pittura è una sonda attraverso la quale si può davvero esplorare l’ignoto. Rigorosamente, non rigidamente, Cascella non ha mai abbandonato l’astrazione, e anche questa può risultare una complicazione nel panorama italiano, che raramente si è staccato dalla rappresentazione iconica.
Rispetto ai pittori suoi coetanei, emersi come lui al principio degli anni ’80, Tommaso Cascella presenta dei tratti comunque originali che vanno dal rifiuto della narratività al pieno riconoscimento di matrici visive altre rispetto, ad esempio, al primitivismo e al neoespressionismo di Transavanguardia e Scuola di San Lorenzo. La sua idea di astrazione discende, piuttosto, dalla linea arcangeliana del naturalismo - e lo si evince facilmente dai titoli delle opere, Una quieta, vulcanica vita, Giornata di vetro, Mano colma di sole, L’occhio va lontano ecc…, intrisi di lirismo profondo e immediato - un informale meno arduo e spigoloso ma alla lunga più longevo, e soprattutto il recupero forte del surrealismo come imprinting culturale. Un mix di segni, simboli, frammenti di immagini al servizio di una visione del mondo positiva, tesa alla ricerca della bellezza. Arte come qualcosa che unisce, appiana le differenze, non erige steccati. Da quando la realtà è divenuta così aspra, e da quando l’arte che sceglie di rappresentarla compete con lei in durezza, sensazionalismi, shock visivi, non sono pochi i pittori che hanno scelto di ignorare il vero (meglio, la cronaca del vero) e concentrarsi su un universo sospeso, frammentario, libero, che corrisponde a ciò che i nostri occhi vorrebbero vedere, se ancora fossero capaci di immaginare senza essere condizionati dal presente. Torna in auge il Surrealismo, l’avanguardia meno estrema e più morbida, perché di questo c’è bisogno. Semmai si dovessero tracciare i punti per un ipotetico manifesto della bellezza, molti suggerimenti li andremmo a cercare nei dipinti di Tommaso. Nel loro aristocratico farsi di luce, nel loro essere capaci di guardare, prima ancora di trasformarsi in sostanza. Occhi prima che quadri. Un bell’esempio di libertà e di poesia. Parole che non passano di moda. Esistono, resistono e persistono, ignare dei cattivi consigli, dei brutti pensieri, dei pessimi maestri.


Luca Beatrice